L’Alchimia antica - Introduzione alla Turba dei Filosofi

L'introduzione alla "Turba dei Filosofi" era stata pubblicata per la prima volta in rete sul sito di Zenit il 14 dicembre 1998 ed è ancora disponibile sul mirror.

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Questa città di Tolleta solea
Tenere studio di Nigromancia
Quivi di magica arte si legea
Publicamente e di Piromancia


Così il Pulci nel Morgante descrive Toledo, così ce la immaginiamo, dopo la riconquista cristiana nel XII secolo, quando nelle strette viuzze della città medievale studiosi curiosi venuti da tutto l’Occidente si aggirano in cerca di codici preziosi, immersi in dispute con eruditi musulmani ed ebrei, frugando senza posa in qualche bottega di scrivano, srotolando pergamene, sfogliando libri, cercando notizie di qualche autore dal nome ostico e di difficile pronuncia.

Conosciamo alcuni di questi vagabondi del sapere, Adelardo di Bath, Platone Tiburtino, Roberto di Chester, Ermanno di Carinzia, Domenico Gondisalvi, Ugo di Santalla, Petrus Alphonsi, Giovanni di Siviglia, Abraham ben Ezra e in testa a tutti il grande Gerardo di Cremona. Giunge a Toledo a vent’anni, per attingere alla scienza orientale già tanto famosa nel mondo latino. Impara l’arabo, decide di passare il resto della vita in questa città affascinante, e si getta con entusiasmo nel lavoro di traduzione di testi.

Questo in effetti è il primo compito e gli studiosi che abbiamo citato sono ricordati specialmente per questa faticosa e preziosissima opera di versione in latino di opere che l’Islam proponeva a un Occidente che sembrava aver affatto dimenticato le sue stesse origini. In realtà sino al XII secolo i rapporti tra mondo cristiano e Islam furono molto scarsi. Anche le Crociate, se segnarono un momento di incontro importante sul piano della civiltà e della cultura – si pensi all’importanza del blasone, di probabile origine iranica, nella tradizione cavalleresca – non furono ancora il periodo della trasmissione completa.

Fu quindi la Spagna – non da sola, dovremmo ricordare la singolarità del regno siciliano – specialmente a fungere da ponte tra i due mondi. Furono i traduttori a tessere l’ordito su cui ricostruire la nuova civiltà d’Occidente, cosicché si parla di "Rinascita del XII secolo", come poi si parlerà di "Rinascimento" al rientro, per la caduta di Bisanzio, di quanto restava del patrimonio dell’antichità classica.

Interessati a tutto, tutto traducevano. Certamente i grandi greci, di cui conservavano almeno memoria del nome, primo tra gli altri il grande Aristotele, fosse opera autentica o andasse sotto il suo prestigio. Poi testi di algebra, matematica, trigonometria, medicina, astronomia, di ogni scienza curiosi e avidi. Tra questi non mancavano argomenti più occulti, magia, astrologia, negromanzia e alchimia, come ricorda il Pulci, là dove si deve considerare che piromancia, arte del fuoco, è la stessa scienza ermetica.

La prima versione di un testo ermetico sembra sia stata quella di Morieno fatta da Roberto di Ketton, arcidiacono di Pamplona, che la dice conclusa l’11 febbraio 1144. In realtà esistono tracce di possibili opere giunte in tutto o in parte in Occidente, tra l’altro direttamente da Bisanzio. Comunque, anche ammettendo che esistesse qualche informazione sporadica dell’antica scienza esoterica, Roberto non aveva certo tutti i torti scrivendo nella sua prefazione:

...et quoniam quid sit Alchymia et quae sit sua compositio, nondum fere cognovit latinitas... (... e poiché la nostra latinità non sa quasi cosa sia l’Alchimia e come sia composta...)


Ugo di Santalla traduce il Libro dei Segreti della Creazione di Barinás, probabilmente per il vescovo Michele di Tarazona. Un altro traduttore importante è Juan Avendaut Hispano, conosciuto anche col nome di Juan di Toledo o Juan di Siviglia, collaboratore di quel Gonzalo o Gonzalez che abbiamo già ricordato, arcidiacono di Segovia, il cui nome viene latinizzato in Dominicus Gundissalinus o Gundissalivus o simili. A Juan si deve tra l’altro il Segreto dei Segreti, uno dei testi principali per i successivi studiosi di Alchimia. A Gerardo di Cremona si attribuiscono il Liber Divinitatis de Septuaginta, il Liber de aluminibus et salis e il Lumen Luminum. Inoltre tradusse i primi tre libri delle Meteore di Aristotele, un testo la cui influenza sullo sviluppo delle teoria alchemica fu molto forte. Il IV libro non fu tradotto da lui, ma da un altro studioso spagnolo, partendo direttamente dal greco.

Tuttavia attribuzioni a nomi noti sono rare: si deve ricordare che per lo più non si hanno notizie precise sul responsabile della singola opera, e che probabilmente nessuno di questi traduttori conosceva l’arabo prima di giungere in Spagna, e forse nemmeno alla fine della sua esperienza, per cui si sono serviti almeno in parte dell’aiuto di interpreti, spesso ebrei, oppure musulmani convertiti. Di norma la versione passava per una prima stesura in lingua volgare, lo stesso spagnolo, che poi si rendeva in latino. Questo spiega in parte la rudimentalità di certe pagine, tenendo anche conto del fatto che all’epoca si riteneva una traduzione buona se letterale, con tutto quello che questo può comportare.

A questo periodo e a questo mondo appartiene l’opera che qui esaminiamo, la Turba dei Filosofi, libro famosissimo e citatissimo, che attraversa tutto il Medioevo e raggiunge il massimo fiorire della tradizione ermetica occidentale nel XVII secolo, senza mai perdere il suo carattere di fonte di ispirazione e fondamento di studio per la gran parte degli amanti dell’alchimia. Ha forma di discussione tra alcuni filosofi che dibattono i principali temi della teoria e della prassi ermetica. Il testo è indubbiamente tradotto dall’arabo, il contenuto sembra altrettanto certamente di origine più antica, cioè derivato dalla tradizione greco–alessandrina.

Prima di esaminarne storia e caratteristiche dobbiamo perciò per una miglior comprensione ricostruire, almeno nelle linee generali, il percorso per cui dal mondo greco si salvò l’Ermetismo, restituito infine, arricchito, all’Occidente. L’Islam fu tramite essenziale, come per molto della filosofia e della scienza greca, qui tuttavia più che altrove perché l’alchimia nel mondo musulmano trovò nuova linfa, nuovi maestri, un prestigio che il mondo antico non le riconosceva ancora.

La storia dell’Alchimia fu spesso storia di emarginazione, esilio ed eresia: a degli eretici, almeno per l’ortodossia bizantina, infatti dobbiamo in gran parte la trasmissione dell’Arte Sacra nel Vicino Oriente. Si tratta dei Nestoriani che cacciati definitivamente da Edessa nel 489 si diressero verso una più tollerante Persia, sassanide, seguiti pochi anni dopo dagli ultimi filosofi di Atene espulsi da Giustiniano. Si insediarono a Nibisi e a Jund–i Shapur dove sorsero i primi grandi centri di traduzione dal greco. Il Siriaco, una diramazione dell’aramaico, diventò lingua liturgica e di cultura, sinché dopo la conquista araba del VII secolo i nuovi dominatori non vollero testi nella propria lingua. Il loro arrivo comunque non provocò grandi mutamenti nella vita interna della chiesa nestoriana. Il suo capo, il Katholikos da tempo libero da ogni dipendenza dall’antico patriarcato di Antiochia, sotto il califfato islamico lasciò la residenza di Seleucia Ctesifonte per stabilirsi nella nuova capitale musulmana. Qui, in varie occasioni, la comunità cristiana mise alcuni dei suoi membri più colti a disposizione dell’amministrazione araba che mancava di strutture. Si attirò in tal modo la benevolenza dell’autorità civile. Questo periodo di pace relativa permise di proseguire con un’attività sempre più intensa l’opera di trasposizione in Siria di quasi tutto il patrimonio scientifico dell’antichità.

Tradotta in un secondo tempo in arabo questa summa, arricchita e rielaborata fu restituita molti secoli dopo a un Occidente imbarbarito, che aveva perso ogni contatto con le sue stesse radici. Il primo traduttore di opere filosofiche compare già all’epoca dell’imperatore Gioviano, ed è Probus, ma il nome che domina all’inizio è quello di Sergio di Rash’ayna, sacerdote nestoriano (+ 536) cui dobbiamo versioni di buona parte delle opere di Galeno e di quelle sulla logica di Aristotele. Il lavoro proseguì sinché nel 832 (217 dell’Egira) il califfo al Ma’mun fondò a Bagdad la "Casa della Sapienza" (Bayt al Hikma) e ne affidò la direzione a Yahya ibn Masuych (+ 857) cui successe il più famoso Honayn ibn Ishaq (809–873). A questi, al figlio Isháq ibn Honayn (+ 910) e al nipote Hobaysh ibn al–Hasan, si deve la creazione di una vera e propria "fabbrica" dove si traduceva, o si adattava, dal Siriaco o dal greco in arabo. Si elaborò così e si consolidò anche tutta la terminologia tecnica, teologica, filosofica e scientifica della nuova lingua.

A questi dobbiamo anche una ricca collezione di opere di alchimia, costituita in gran parte con documenti anteriori che risalgono all’epoca di Sergio che comprende tra l’altro versioni della Chrysopoeia e Argyropoeia di Democrito, i libri di Zosimo, le lettere di Pebechio, tanto più preziose in quanto parte degli originali sono ormai persi. I testi sono spesso accompagnati da commenti più recenti a indicare una tradizione che proseguiva non solo sul piano teorico o libresco. Le parti simili, numerose e ben riconoscibili, confermano l’origine dalla stessa fonte delle raccolte bizantine, in particolare delle opere del Cristiano e di Olimpiodoro. A ribadire la relativa primitività di questa compilazione, i nomi usati per le sostanze minerali e per le droghe sono, con poche eccezioni, ancora quelli greci, e la lista dei segni e delle notazioni ripercorre integralmente quella originale, con la sola caratteristica di un’inclinazione di un quarto di cerchio, per cui i segni verticali del greco sono diventati orizzontali, inoltre non hanno più un ordine metodico, ma sono confusi e disordinati.

Le opere di Democrito, uno dei filosofi che partecipano al dibattito della Turba, sono precedute da un "avviso preliminare", che introduce norme di purezza, che si ritroveranno in varia forma sino in epoca moderna, ma che non erano così esplicite negli insegnamenti precedenti a meno di non risalire a tempi antichissimi:

Nel nome del Signore Onnipotente. Bisogna che tu sappia qual è la specie che imbianca; qual è quella che arrossa; quella che annerisce; quella che rende azzurro; quella che brucia; quella che separa; quella che riunisce. Quando tu saprai quello, guardati dalle cose seguenti che ti impedirebbero di riuscire. Sii puro (dal contatto) di una donna o di un morto, e da qualunque allucinazione e polluzione notturna. Se tu lavori, quando ti è capitata una di queste cose, la tua opera non riuscirà. Ma purificati da qualunque difetto spirituale e corporale, e fai voto di buona volontà. Allora tu puoi avvicinarti per dissolvere i corpi e mutare le nature celesti.

L’avviso termina con un’affermazione che diventerà stereotipo famoso e incomprensibile:

Una sola cosa si impadronisce di ogni natura, produce il color rosso e il color bianco. Non la si incontra da nessuna parte eppure si trova nel letame. Gloria a Dio dispensatore di ogni cosa.

Il testo prosegue poi secondo i consueti ricettacoli. Si nota una particolare insistenza sulle definizioni paradossali della Pietra, che ritroveremo citate nella Turba:

Ecco che voi avete una pietra che non è pietra, senza valore e preziosissima, superiore a tutto; il suo nome è unico ed essa riceve molti nomi, non dico parlando in assoluto, ma secondo la natura che è in lei....

Con lo stesso fine di dubbia chiarezza, in un capitolo successivo, l’elenco degli attributi del Mercurio copre quasi tutte le simbologie utilizzate nei secoli successivi:

I suoi primi nomi in greco sono i seguenti: solfo, arsenico, sandaracca... È così che si è nascosto il nome del mercurio e lo si è reso oscuro... Lo si chiama talvolta... argento liquido, acqua d’argento, materia che imbianca il rame, nube bianca, corpo che fugge dal fuoco, zolfo, arsenico, sandaracca e acqua di questi, acqua di solfo schiarito, mistero rivelato, acqua di rame e acqua di fuoco, acqua di vetro, selenite, schiuma di mare, schiuma di tutte le specie e tutti gli animali, principalmente di cane rabbioso, acqua di fiume e di rugiada, miele attico, colui che è intermediario di ogni cosa... acqua di Saturno...

È anche chiamato fiele di tutti gli animali e lievito, e latte di tutti gli animali, latte e resina di tutti gli alberi e di tutte le piante, a causa della sua formazione e dei suoi rapporti col latte. Si dice che è anche chiamato urina del figlio dei tetti...

A questi il lessico composto in siriaco da Bar Bahlul aggiunge un nome che susciterà ambigui sentimenti negli studiosi cristiani: "Latte di Vergine»". Nello stesso testo troviamo una delle prime definizioni dell’Arte Sacra come "Chimia":

Pietra filosofale, lavoro dell’arte del Sole e della Luna; vi è chi spiega questa parola col nome di "Kima", le otto stelle (le Pleiadi) cioè lavorato per mezzo delle otto mescolanze...

Preceduto dall’articolo arabo, diventerà il nome stesso della scienza ermetica in Occidente. In conclusione appare ormai come "pronta all’uso" una completa crittografia allegorica, un vero e proprio linguaggio acromatico, sufficientemente ambiguo e duttile per prestarsi alle combinazioni più varie, ma abbastanza preciso perché l’iniziato possa trovare i giusti punti di riferimento per orientarsi.

Una delle sue caratteristiche più pregnanti, oltre a una evidente vocazione iconografica, pare una specie di indifferenza alla traduzione, per cui lo si può utilizzare in varie lingue senza che perda la sua significanza. Cosicché gli potrebbe convenire la stessa dedica "Al lettore" del Mutus Liber:

tutte le Nazioni del mondo, gli Ebrei, i Greci, i Latini, i Francesi, gli Italiani, gli Spagnoli, i Tedeschi, etc. possono leggerlo e capirlo

Valendo certo la condizione preliminare che il misterioso Altus non mancò di sottolineare:

Non bisogna che essere un vero FIGLIO DELL’ARTE per conoscerlo d’acchito

Se i siriaci nestoriani furono, come abbiamo detto, una via privilegiata per la trasmissione dell’Alchimia, non va dimenticata un’altra fonte, più misteriosa. Fa capo all’antichissima città di Harran, posta in Siria sulla grande curva occidentale dell’Eufrate superiore. Santuario d’epoca sumerica, la Bibbia la ricorda perché ne partì Abramo col fratello Lot per fondare la nazione ebraica, e vi tornò Giacobbe a guadagnarsi il titolo di "Israele". La città vantava da sempre un culto astrale incentrato sul dio Luna (in accadico Sin, Shahar in aramaico) che testimonia di una persistenza della tradizione sumero–babilonese.

Bastione incredibilmente incrollabile dell’antica religione, Harran attraversò intatta e rispettata le vicende di millenni di storia, guardando con indifferenza gli imperi che si succedevano, dai Mitanni ai Medi ai Persiani. Conquistata da Alessandro Magno, passata in dominio dei Parti sotto Mitridate, vide morire Caracalla alle sue porte, combattere persiani e bizantini, giungere i nuovi dominatori arabi, protetta da un singolare destino di intangibilità che le permise di mantenere religione e culto definiti "pagani" sin sotto i conquistatori musulmani.

Gli Harraniani tuttavia non possedevano un "Libro" portato da un profeta–legislatore che avrebbe potuto farli riconoscere come ahl al–kitab, "genti del Libro", le uniche che i musulmani rispettassero e tollerassero nel loro seno. I Califfi perciò cominciarono a premere per la loro conversione sin dall’epoca di al–Mamun. Nel 933 il cadì Istakhri, allora muhtasib di Baghdad arrivò a minacciarli di sterminio, ed essi dovettero infine sottomettersi. Il loro ultimo capo ufficiale noto è Hukaym ibn ’Isa ibn Marwan, successore di Sa’dan ibn Jabir morto nel 944 (339 dell’Egira). La loro conversione si velò di un ultimo mistero: essi pretesero e ottennero di chiamarsi Sabieni (Sabi’un), cioè di assumere il nome dei primi discepoli del Profeta, un onore che fu loro stranamente accordato senza difficoltà.

Se ci siamo un po’ dilungati su questo tema è tra l’altro perché dai testi di alcuni studiosi musulmani, e di almeno un sabieno, Thabit ibn Qurra, abbiamo la possibilità di farci un’immagine abbastanza precisa del culto millenario praticato ad Harran. Scopriamo così che questo era una specie di ermetismo tradotto in forma religiosa, che onorava delle deità planetario–metalliche i cui templi riassumevano fisicamente il simbolismo alchemico nel suo più puro e completo aspetto tradizionale. Un esame della loro successione secondo i pianeti, i metalli, i colori, i simboli e i numeri mostra delle associazioni che si sono trasmesse intatte nei secoli.

Sappiamo che gli Harrániani onoravano particolarmente Hermes, di cui lo stesso Thábit ibn Qurra (+ 901) aveva trascritto in Siriaco e tradotto in arabo le "leggi" (Kitab nawamis Harmas). D’altra parte ne dovevano esistere altre conferme, se il filosofo Sarakhsi (+ 899) discepolo di Kindi può parlarne come del fondamento della religione di Harran. Egli descrive l’ammirazione del suo maestro per l’esattezza dell’enunciazione di fede nell’unità divina (il tawnid islamico) così come aveva potuto leggerla nei detti di Hermes a suo figlio. AI–Kindi aveva affermato che un musulmano come lui non avrebbe potuto esprimersi meglio.

Su questa base gli Harraniani cercarono di farsi riconoscere come possessori di un culto monoteistico, sostenendo l’assimilazione di Hermes con Idris, descrivendolo come un Profeta che era venuto in tempi antichissimi per iniziare gli uomini per ispirazione diretta, ilham opposta a wahy, la rivelazione indiretta di Maometto ottenuta per mezzo di un angelo. Non ebbero successo evidentemente. Sopravvissero come città di scienziati e studiosi, producendo tra l’altro astrolabi per guidare l’orientamento delle preghiere rituali giornaliere. Infine scomparvero dalla storia, assimilati nel grande crogiolo islamico.

Un testo di alchimia harraniano è rimasto in traduzione araba, il Risalatu–hadar (Trattato dell’ammonimento), attribuito al profeta e maestro Agathodaimone. Il trattato è databile a prima del 111 secolo d. C. perché ne esiste un commento scritto per Ardashir, primo re sassanide (226–241). Il testo è interessante perché la dottrina e la prassi descritta hanno molti punti in comune con quelle che la stessa Turba insegna. Anche qui si dà come materia base per la realizzazione dell’Opera il "Rame":

Il rame, quando è trattato come prescrive la scienza, diventa argento e – dopo trattamento ulteriore – oro.

Seguono istruzioni per mescolare la Pietra con il Mercurio (o Spirito, ruh) del Corpo Bruciato (o Ceneri) secondo i pesi dell’Arte. La mistura inumidita va esposta al Sole avendo cura di mantenere il Mercurio in unione umida con il Corpo sinché diventi soffice, fusibile e ben diviso nei suoi elementi. Si avverte che se l’umidità diminuisce, la Tintura sarà imperfetta, perciò va posta molta attenzione al grado di fuoco, in modo da prevenire una secchezza che impedirebbe al Corpo di accettare lo Spirito.

Si ribadisce che l’operazione iniziale è molto difficile e può essere compiuta solo dopo molti giorni di cottura, triturazione e riscaldamento ripetuto con aggiunta di umidità. Il segreto dell’Arte è la rimozione della grossolanità e la riduzione del materiale usato a uno stato di sottigliezza senza il quale è impossibile ottenere la Tintura. L’agente per riuscirvi è il "Veleno Infuocato" estratto dalle "Nature" per mezzo del Fuoco. Sono date istruzioni dettagliate sul trattamento del Rame con questo Veleno, sinché sia ottenuta l’Unica Gomma e il prodotto, bianco come la neve, che i Saggi hanno chiamato "il Bianco".

Questo è posto in una storta e riscaldato, prima su ceneri di fimo di cavallo bruciato sinché la nerezza, che compare di nuovo, cessi, e poi su fuoco di fimo di cavallo. Il prodotto è poi trasferito in un altro strumento e si procede con altre fasi di riscaldamento, distillazione e imbibizione per un lungo periodo, sinché non resti traccia di nerezza nella natura della Sostanza, e appaia il "colore regale", la meravigliosa Porpora, il farfir, da cui viene la completa tintura che né l’eternità, né la durata del tempo possono cancellare. Né l’Acqua, né il Fuoco la faranno perire, né decadrà o cambierà sinché durerà il mondo.

Ha sapore dolce come il sangue, odore piacevole, è la più densa di tutte le cose. Un mithqal di questa è sufficiente per trasmutare una quantità illimitata di qualsivoglia materia in oro. Si conclude raccomandando pazienza, sia per l’operazione che per lo studio. Chi si dedica a questo deve essere di buon intelletto, amante della saggezza e – oltre allo studiare i libri dei Saggi – disposto a prolungata meditazione. In conclusione un testo asciutto e molto tecnico che lascia ben poco spazio a divagazioni dottrinali o ad astruse allegorie. Riconosciamo facilmente processi descritti nella Turba, a conferma di una tradizione operativa consolidata.

Non possiamo infine trascurare un’ultima fonte di trasmissione, che poté provenire da quell’Egitto che gli eserciti del Califfo occuparono due decenni dopo l’Egira del Profeta. Non esiste alcuna prova o documento che dia una testimonianza diretta di una persistenza della Tradizione Ermetica in questa regione, che le era stata per tanto tempo patria accogliente. Esiste però un trattato in lingua araba, il Libro di Crates (Kitab Quaratis ul–Hikma) che si può ritenere di possibile origine egizia. Ha alcuni tratti comuni di linguaggio e di pratica con l’insegnamento harraniano per cui si può immaginare una qualche forma di collegamento tra i due, e quindi riconoscergli un’origine che risalga almeno ai primi secoli dell’era cristiana. Il testo è stato riscritto da un autore islamico probabilmente intorno al IX secolo. Questi ha aggiunto un’introduzione che gli attribuisce come autore un ignoto Fusathar (o Nosathar) di Misr, forse Ostane l’Egiziano.

Come per il testo di Harran la trattazione è molto limpida. Il procedimento insegnato è lo stesso: qui la materia di partenza è definita "piombo". I due libri in un certo senso si completano, come si vede da questo passo dedicato ai nomi usati per i materiali dell’Opera:

Quanto ai nomi che gli Artisti hanno dato... hanno così voluto indicare ciascuno dei colori che assume l’elixir... Ogni volta che si aumenta l’umidità della mistura, era determinato un nuovo colore; a ogni nuovo colore si dava un nuovo nome alla mistura... Così i libri segreti dei Filosofi l’hanno prima chiamata piombo, poi quando è stata cotta e il nero ne è stato estratto, la si è chiamata argento; in seguito quando è stata trasformata, rame. Quando su questo prodotto è stata versata dell’umidità, ruggine, quando si è eliminata la parte nera nella parte rugginosa e si è visto apparire il giallo, allora gli si è dato il nome di oro. Dopo la quarta operazione l’abbiamo chiamato fermento d’oro; dopo la quinta oro al saggio; dopo la sesta corallo d’oro; infine dopo la settima è l’opera perfetta, la tintura penetrante.

Nel 622 Maometto emigra a Yathrib, poi nota come Madinat–an–Nabi, la Città del Profeta. Lo accompagnavano lo zio ’Abbas e una settantina di convertiti alla nuova religione. Da questa data, l’Hiyra, Immigrazione, si conta una nuova epoca con un nuovo ciclo calendariale. Poco più di mezzo secolo dopo l’impero islamico, incredibile miscela di razze, lingue e tradizioni si estende dall’Africa alle più lontane regioni dell’Asia. L’arabo ne è lingua ufficiale e sacra. Nel 680 d. C. in Damasco è Califfo (Khalifa, rappresentante del Profeta) Yazid, di stirpe ’Umayyade. Ha un figlio, Khalid ibn Yazid, che per oscuri motivi non gli succedette. Forse aspirava ad altri troni, perché egli fu il primo alchimista musulmano. Discepolo di un misterioso monaco cristiano, Marienus o Morienus, così è ricordato da Ibn al–Nadim nel Fihrist al’ ulu  m:

Decima sezione. Questa sezione racchiude delle informazioni sugli alchimisti e su quelli tra i filosofi antichi o moderni che hanno praticato la Grande Opera... Colui... che si occupò per primo di pubblicare i libri degli antichi sull’alchimia fu Khalid ibn Yazid ibn Moavia. Era un predicatore, un poeta, un uomo eloquente, pieno di ardore e di giudizio. Fu il primo che si fece tradurre i libri di medicina, di astrologia e di alchimia... Si assicura, e Dio sa meglio di chiunque se questo è vero, che Khalid riuscì nelle sue imprese alchemiche. Ha scritto su questa materia un certo numero di trattati e composto versi e ho anche visto tra le sue opere il suo libro dei Colori, il grande trattato della Sahifa, il piccolo trattato della Sahifa e il libro delle sue raccomandazioni a suo figlio nel riguardi dell’Opera.

Non è rimasta traccia delle opere in arabo del principe ’Umayyade, ma non abbiamo motivo per dubitare di questa testimonianza così precisa e personale. Resta nella tradizione latina un piccolo corpus di testi che gli sono attribuiti: egli sarà per gli studiosi d’occidente Calid filius lazichi, e rispettato come un Adepto. Manteniamo da queste scarne notizie l’immagine di un uomo d’eccezione e di un germe che prometteva grandi frutti. Certo non poteva essere infisso in terra migliore. Questi frutti non si fecero attendere, bastò una generazione perché l’Islam generasse il suo più grande maestro, uno dei più grandi che la storia dell’Alchimia ricordi: Jabir ibn Hayyan, che i latini onoreranno col nome di Geber.

Questo, descritto molto brevemente, il cammino avventuroso che preservò e trasmise la dottrina alchemica dal mondo greco a quello arabo, per restituirla poi all’Occidente. Di questo la Turba volle essere riassunto e testimonianza, ricongiungendo idealmente, nella forma e nei contenuti, i filosofi passati e quelli più recenti, in un dibattito che doveva riunire i punti essenziali della teoria e della pratica dei diversi insegnamento.

Nella forma, perché la struttura dell’opera porta sulla scena fittizia dell’assemblea antichi greci e nuovi filosofi. Tra i greci Iximidrus, Exumdro, Pandolfo, Arisleo, Luca, Locustor, e Eximene sono stati riconosciuti dagli studiosi per essere probabilmente Anassimandro, Anassimene, Empedocle, Archelao, Leucippo, Ecfanto e Senofane. Dei filosofi presocratici si è notato che i discorsi riportati, pur se riferiti ad argomenti ermetici, sono coerenti con le teorie che venivano loro attribuite in età classica.

A questi si aggiungono Anassagora, Parmenide, Democrito, lo stesso Socrate, Platone e primo tra tutti il grande Pitagora considerato il Maestro per eccellenza. là tradizione consolidata. Già Jabir in uno dei suoi testi aveva scritto:

Pitagora è il più antico dei filosofi... i filosofi posteriori, viventi in epoche più recenti, hanno preso l’abitudine di parlare di "nostro padre Pitagora", conferendogli questo titolo a causa della sua antichità.

Bonellus, il Barinas o Balinus degli arabi, è Apollonio di Tiana. È un ulteriore esempio di come nel passaggio tra più lingue la storpiatura dei copisti o traduttori abbia prodotto nomi che saranno famosi nel medioevo, ma affatto irriconoscibili. Così Zosimo di Panopoli, uno dei più importanti maestri alessandrini, diventa Zimus in arabo. La z che in arabo si distingue dalla r solo per un punto diacritico, lo trasmette ai latini come Rosinus, che diventa anche nome simbolico. Mosè sarà Musa; Bacsen, l’arabo Baqsam, è Paxamos, altro fìlosofo alessandrino; Bolus o Belus, l’arabo Bulus, è Paolo di Egina e così molti altri nomi si leggono, per lo più ignoti e comunque non riconoscibili, da Acsubofen a Morfolco: possono essere ancora nomi greci stravolti, in parte sono probabilmente arabi o persiani.

Per quanto riguarda i contenuti, da un confronto tra quanto abbiamo detto e una scorsa anche superficiale agli insegnamenti del testo, è facile rendersi conto della continuità dottrinale dall’epoca più antica.

Non ci riferiamo soltanto alla teoria e prassi operativa: sarebbe facile dimostrare che questa è sempre stata costante nei secoli; in effetti, dato che la Grande Opera è un dato obiettivo e sperimentale, non ci si possono attendere né modifiche né insegnamenti originali. Quello che può essere singolare è il punto di vista in cui si pone il Maestro che parla, cosmologico, spirituale, metafisico, morale o altro, a seconda dell’applicazione che vuol farne, e il simbolismo usato.

Nel caso della Turba il linguaggio è in massima parte ancora quello greco–alessandrino, che abbiamo potuto leggere in qualche esempio nei testi citati, l’unica novità è l’insistenza iniziale sul tema delle Nature e degli Elementi, della loro mutua circolarità e conversione. Tutto induce a ritenere che questa sia una teorizzazione nuova nata in ambito arabo, almeno in una forma così dettagliata.

Agli studiosi moderni che l’hanno esaminata e commentata, va fatto notare che sotto il linguaggio apparentemente cosmologico e filosofico, ancora e sempre di alchimia si tratta. Quindi non ci si deve far ingannare dall’ambiguità "invidiosa" dei Maestri dell’Arte, le Nature e gli elementi sono "eventi" e "materie" che fanno in qualche modo parte dell’Opera sperimentale. Proprio per chiarire questo abbiamo voluto aggiungere il "Discorso di un Anonimo", che riprende, come sarà fatto spesso negli scritti dì alchimia medioevale, il simbolismo della Turba, per tradurlo poi in un "recipe" semplicissimo, che ci riconduce al vero e autentico insegnamento che si voleva trasmettere.

La Turba è opera anonima, l’attribuzione ad Arisleo–Archelao è evidentemente leggendaria; del maestro alessandrino rimane soltanto un poema alchemico in lingua greca. L’originale arabo del nostro testo non è noto, si è però scoperto che l’alchimista arabo Ibn Umail, vissuto nel X secolo, cita brani dell’opera, il che fa ritenere che la Turba non possa essere stata scritta dopo il 900. Viveva intorno a quell’epoca ad Akhmim, in Egitto, un alchimista chiamato Uthmán ibn Suwaid cui si attribuiva tra l’altro "Il libro delle dispute e delle riunioni dei Filosofi". Questo potrebbe essere il titolo originario di quella che poi divenne la Turba Philosophorum.

Per quanto riguarda la versione latina, si pone probabilmente tra le prime, cioè nella prima metà del XII secolo, perché Alano che visse intorno a quell’epoca la cita, così come poi farà Alberto Magno.

L’opera ebbe un’enorme importanza nella costruzione della tradizione ermetica occidentale. Studiata da tutti, citata da molti, inaugurava seppure in forma affatto originale e che non sarà ripresa se non raramente, il tipo di quelli che saranno chiamati "Rosari", cioè antologie di brani scelti, riuniti coerentemente da uno studioso che cercava di risolvere il problema della comprensione dell’insegnamento alchemico, di norma disperso tra più autori, o dallo stesso autore in uno o più testi.

Molto stimata ancora alla fine del XVII secolo, veniva descritta dal Borrichius (Oluf Borch, uno studioso danese) come un’opera importante anche se di difficile lettura e comprensione. Egli ricorda ancora che il Trevisano aveva trovato la retta via, dopo tanti anni di traversie, grazie al discorso di Parmenide.

Veicolo della più pura e antica tradizione, la Turba dei Filosofi resta oggi a testimoniare di età forse più felici, quando gli uomini amavano ancora sognare sogni, forse impossibili, ma splendidi. Va letta con lo stesso spirito che ispirò quegli uomini, senza ansia di risultati, in un tempo dilatato e sereno.

Paolo Lucarelli